Proviamo a non farci fregare...



Come già detto, ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali. C’ho riflettuto molto, perché sono tra quelli che ancora credono nella fondamentale funzione dell’informazione. Ma è ormai ora di abolire i finanziamenti alla carta stampata semplicemente perché sotto la “copertina” di un sostegno a lavoratori impiegati in questo settore si cela spesso il meccanismo di foraggiamento di organi di stampa che definire sconcertante è dire poco. 

Faccio due esempi.

Le testate del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo) anche grazie alle imposte versate dai contribuenti, alimentano la propaganda di destra, oggi governativa; operazione del tutto lecita nel paese in cui uno dei capisaldi della Costituzione è l’art. 21 sancisce la libertà di espressione delle opinioni, anche (soprattutto) quelle che non condividiamo. 

Ma versare le tasse per pagare lo stipendio a direttori e redattori la cui funzione primaria è esclusivamente quella di srotolare la lingua a mo’ di tappeto ai piedi del proprio referente politico o potente di turno, mi sembra francamente troppo.  E non dimentico che l’editore Antonio Angelucci, già ras della sanità privata, è colui che da deputato della Lega, l’anno scorso, ha accumulato la bellezza di zero (zero!) presenze a Montecitorio, incassando comunque la lauta indennità di parlamentare a lui “spettante”.

Il caso, non meno sconcertante, de Il Secolo d’Italia, organo ufficiale del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, che con un “barbatrucco” fiscale ha mutato la propria natura societaria raggirando così il divieto di finanziamento ai giornali di partito. Più in generale, il trucchetto che molte redazioni orchestrano per incamerare i contributi consiste nel trasformare le loro società in “cooperative” di comodo, per rientrare nei requisiti della legge.

Naturalmente, a essere drogato non è solo il mercato dell’editoria di destra. Ricordo ancora il “bagno di sangue” costato agli italiani per il fallimento de L’Unità, organo del Pds/Ds, i cui cento milioni di debiti sono stati ripianati dal governo (quindi dai contribuenti) grazie a una legge voluta negli anni ’90 da Prodi.

È chiaro che l’abolizione del finanziamento potrebbe sortire l’effetto di gettare via il bambino con l’acqua sporca: esistono tanti giornali i cui operatori svolgono scrupolosamente, con impegno e spirito d’indipendenza il proprio lavoro, che senza i sostegni pubblici andranno in grave sofferenza (e con loro cartiere, tipografie, edicole e tutto l’indotto), nel momento storico in cui molti italiani preferiscono informarsi su TikTok piuttosto che leggere un articolo e dove ogni mattina girano su Whatsapp migliaia di file pdf “pezzottati” di tutti i giornali editi nel nostro paese.

Non so se il referendum produrrà qualche esito: non è detto che si arrivi alle 500mila firme necessarie (al momento siamo a circa 200mila) ed è difficile che eventualmente, poi, si raggiunga il quorum del 50+1 percento nelle urne. Ma, quantomeno, val certo la pena sollevare la questione, magari per mettere un po’ di pressione addosso a qualche giornalaccio buono manco per incartare il pesce. 

Io, nel mio piccolo, continuerò a sottoscrivere l’abbonamento digitale (da tempo ormai non compro più i quotidiani cartacei) a qualche testata (magari anche più di una) che ritengo meritevole di lettura, come faccio da diversi anni.

Salvatore Vitaliano 

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