Nell'abisso di Omer Bartov



Sto per iniziare la lettura de "Nell'abisso" di Omer Bartov, uno dei massimi storici contemporanei e accademico israelo-americano di fama mondiale per i suoi studi sull’Olocausto.

Questo libro mi ha incuriosito anche per la mancata pubblicazione in Israele, e questo la dice lunga sulla mentalità del paese nel quale Omer Bartov è nato e cresciuto. Un paese che non è disposto a sentirsi dire la verità su quello che sta accadendo al suo interno, il che ci porta al tema del genocidio a Gaza. 

Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, questo il sottotitolo. Il libro è appena uscito per Laterza ed è già tradotto in decine di lingue ma resta invisibile nelle librerie di Tel Aviv e Gerusalemme: nessuna casa editrice israeliana ha voluto pubblicarlo.

Bartov non nasconde il rammarico per questo silenzio editoriale, ma non è sorpreso di non veder uscire il volume in ebraico perché la scelta è sintomatica di una chiusura mentale preoccupante classica del suo paese ormai da tempo criminale.

Bartov ricorda il genocidio che si continua a perpetrare dagli israeliani nelle zone di guerra, non è un’opinione ma un crimine definito con precisione dalla Convenzione dell’Onu del 1948, firmata da Israele come dall’Italia, dalla Francia, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. 

Chi riconosce che il genocidio sta avvenendo, ha l’obbligo giuridico di agire; chi tace o nega, diventa complice. Tutti gli Stati firmatari che vedono un genocidio accadere, sono obbligati ad agire; se non lo fanno, diventano complici del suo svolgimento. 

Quando si identifica un genocidio, non si individua soltanto un particolare crimine ma il tentativo di distruggere un gruppo in parte o totalmente in quanto tale.

L’analisi di Bartov, nel suo libro che mi incuriosisce, si spinge oltre la cronaca militare, toccando la carne viva della struttura sociale israeliana. A differenza dei crimini di guerra, che possono essere circoscritti all’operato di un singolo generale o di un’unità, il genocidio è descritto come un vero e proprio “evento sociale” che chiama in causa l’intera popolazione. 

In un Paese caratterizzato dalla leva obbligatoria, dove i soldati sono i figli e le figlie di quasi ogni famiglia, l’attività bellica diventa un’esperienza collettiva inscindibile dall’identità nazionale: tutti fanno parte di questo evento; quelli che lo compiono, quelli che lo negano e quelli che non fanno nulla per evitarlo. 

Israele si trova oggi in una fase forte di profonda negazione.Va respinta al mittente la critica al sionismo e a Israele come una forma di antisemitismo. Questa è una sciocchezza che non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento verso gli ebrei, ma con il rifiuto di una specifica ideologia che non è più sostenibile.

Salvatore Vitaliano 

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