Giornali di regime


 

“Che libertà di informazione è quella dei giornali che ricevono un cospicuo finanziamento pubblico (soldi nostri) sia che vendono mille copie oppure una sola? 

È una cosa assurda, non vi pare?”.

L' unico quotidiano che da quindici anni ha fatto una scelta radicale e cioè la rinuncia volontaria e definitiva dei contributi pubblici all’editoria (762 mila euro soltanto per l’anno in corso), è "Il Fatto Quotidiano", in favore di un modello di sostenibilità fondato esclusivamente sul rapporto diretto con i lettori: se vi piace quello che scriviamo e comprate il nostro quotidiano noi guadagniamo, altrimenti no.

Travaglio non nasconde le difficoltà che questa linea comporta per i bilanci aziendali, ma la difende con convinzione profonda, ricorrendo a una metafora per smontare l’assunto secondo cui il pluralismo informativo possa essere garantito dal governo di turno: 

“Se un panettiere fa un pane scadente, che indurisce in fretta e non lo va a comprare nessuno, ma perché lo Stato dovrebbe sostenere la sua panetteria? Fai un pane migliore e magari viene qualcuno a comprarlo”.

Il finanziamento pubblico trasforma i giornali in questuanti cronici, privi di vera autonomia, e crea una concorrenza sleale verso chi, come Il Fatto, decide di farne a meno. 

Se gli altri giornali prendono soldi pubblici e tu no, c’è una concorrenza sleale. Non può esistere un giornale senza lettori che sta in piedi per i soldi dello Stato.

Se lo Stato vuole sostenere l'editoria, ci sono mille strumenti per farlo. Basterebbe praticare delle tariffe agevolate per la carta e le spedizioni postali, nonché sostenere le edicole. 

È una desolazione vedere tutte queste edicole chiuse: una democrazia senza edicole è una democrazia più povera.

Ci sono giornali che si inventano mille trucchi, sto pensando ai giornali di Angelucci: ma Angelucci è pieno di soldi, che bisogno ha dei soldi dello Stato? Caltagirone, De Benedetti, Elkann, Cairo sono imprenditori privati. Se vogliono rischiare con un’impresa editoriale, lo facciano, ma con i loro capitali. E cerchino di fare dei buoni prodotti per avere dei lettori e degli abbonati che li sostengano.

L’assenza di sostegno statale obbligherebbe le redazioni a un giornalismo più faticoso, più esposto, ma anche più vivo. Non prendere soldi pubblici vuol dire che ogni giorno devi sforzarti il più possibile per fare un prodotto originale, per avere notizie che altri non hanno. 

E proprio questo fastidio, questa sorta di “messa in mutande” nei confronti del resto del panorama editoriale, genera l’astio che periodicamente si riversa sul Fatto Quotidiano e sulla sua comunità.

In quell’ostilità c'è la reazione di un sistema abituato a una “concezione impiegatizia parastatale del giornalismo”, dove i contributi pubblici permettono di “vivere tranquilli, seguire l’onda, andare nella direzione in cui tira il vento” senza consumare scarpe, senza approfondire, senza farsi nemici. 

Della serie: "Ti piace vincere facile!"...

L’ultimo caso di cronaca, diventa emblematico di questa divergenza: la grazia concessa a Nicole Minetti, passata quasi sotto silenzio dei grandi media nelle prime ventiquattr’ore, è stata invece seguita con tenacia dal Fatto, che ha intervistato testimoni oculari e ha dimostrato come i presupposti umanitari della misura di clemenza non reggano.

Qui non c’è soltanto la pigrizia ma anche il servilismo nei confronti di un potere molto forte quale è quello del Quirinale che, come sappiamo, orienta spontaneamente (o spintaneamente, fate voi) la gran parte dell’informazione italiana. 

Una volta c’era un’unica figura infallibile quando parlava ex cathedra: il Papa. Adesso i Papi si possono criticare ben più di quanto non si faccia con i presidenti della Repubblica.

Da Napolitano in avanti, i presidenti della Repubblica sono diventati più infallibili dei Papi, per cui non ci si pone nemmeno il problema che possano commettere degli errori, figuriamoci scriverlo. 

Se si pensa che abbiano sbagliato, si lascia perdere perché comunque bisogna sostenere il Quirinale o perché c’è la Meloni dall’altra parte. Sono ragionamenti di opportunità politica che non devono entrare minimamente nel lavoro giornalistico.

C’è un surplus da parte dell’informazione mainstream tutta schierata in difesa della grazia alla Minetti, perché ci sono i giornali corazzieri che difendono l’infallibilità del capo dello Stato, oltre ai giornali berlusconiani che difendono ancora la leggenda di Ruby nipote di Mubarak.

Tutto il mignottume che c’era intorno a Berlusconi è stato condonato, anzi santificato oppure sminuito a una questione di simpatia, di esuberanza di vitalismo.

Riguardo al caso "Grazia Minetti" non ci sono dubbi: finirà tutto in un nulla di fatto. 

I pennivendoli scriveranno per smontare le inchieste del Fatto e per dire che va tutto bene, che non ci sono irregolarità e che non è successo niente. Il capo dello Stato è infallibile e che naturalmente Nicole Minetti è cambiata, non è più la mignotta che è sempre stata, per quanto anche quello che faceva prima andava benissimo, perché glielo chiedeva Berlusconi e non sia mai che la Grazia venga revocata, sarebbe ammettere che il Quirinale ha sbagliato, e questo è inammissibile.

Salvatore Vitaliano 

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