Tutto il male del mondo


  

Tutti gli italiani dovrebbero indignarsi difronte ad una scelta di merito così discriminatoria. 

Il documentario "Tutto il male del mondo", per decisione del ministero della Cultura, guidata da Alessandro Giuli, è stato escluso dai finanziamenti per le opere cinematografiche, lo scorso 4 aprile. 

Il film racconta la storia di Giulio Regeni, il giovane ricercatore ucciso al Cairo nel 2016, per cui è ancora in corso, tra ostacoli giuridici di ogni tipo, il processo a quattro militari dei servizi segreti egiziani. 

Nonostante il documentario sia già uscito nelle sale e abbia vinto il Nastro della Legalità, non ha ricevuto alcun contributo pubblico.

A differenza di altri casi in cui il rifiuto dei fondi potrebbe essere motivato da ragioni artistiche o di qualità, qui il problema è esclusivamente politico. 

Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, o pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi: bocciarlo non è una scelta artistica, è solo politica.

La decisione mette in evidenza un paradosso nei criteri di finanziamento del ministero della Cultura. 

Nello stesso bando, altri progetti cinematografici, meno impegnativi dal punto di vista civile e sociale, hanno ricevuto contributi milionari. Tra questi figura un’opera di Gigi D’Alessio, mentre progetti legati a figure di rilievo culturale e storico come Bernardo Bertolucci (bocciata la sua ultima sceneggiatura) o lo stesso documentario su Regeni, sono stati ignorati. 

Questo perché la riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni ha introdotto criteri più discrezionali e politicizzati, eliminando meccanismi automatici e trasparenti.

Sono indignato per come questa Commissione del ministero della cultura abbia mostrato incompetenza e eseguito una censura politica nel negare il finanziamento.

Questi sono i fratelli d'Italia... ma di quale Italia?

Salvatore Vitaliano 

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