LA LUNA (novella)


 

La luna, magnifica nella sua chiarezza luminosa, aveva vagabondato tutta la notte alla ricerca di giovani innamorati che la decantassero estasiati, sussurrandosi parole di un vocabolario antico ahimè dimenticato.

Ormai solo pochi gatti fuggiti dalle loro case forse perfette, le indirizzavano quei languidi miagolii che i tempi non avevano mai mutato, e nemmeno le mode.

Un clochard l’aveva scambiata per la sua abat-jour. Abbozzolato in una coperta di passato remoto, aspettava che l’alba la spegnesse, confidando nell’usanza purtroppo estinta di un cappuccino sospeso al bar di quartiere.

Era stanca la luna. 

Stanca di illuminare scene di comitive etiliste senza freni, stanca di vegliare su un’umanità spesso tristemente distorta, che non aveva più occhi e cuore per apprezzare tutta la sua antica bellezza.

Avvolta nel suo abito migliore da primadonna della notte, continuava a guardare all’ingiù, cercando con sguardo implorante un quadretto di mondo che le lenisse la tristezza.

Scorgeva salutisti corridori perfettamente attrezzati per monitorare il consumo calorico del giorno, cani con i padroni o padroni con i cani, buttati fuori casa da impellenze non rimandabili, camioncini di netturbini sparpagliati fra un cassonetto, un caffè al bar e uno sbadiglio, ma niente di non ordinaria e scontata routine. 

Come ogni giorno, decise allora di passare il testimone all’amico Sole che, trepidante, già voleva infuocare i colori dell’aurora.

Così tolse mestamente le sue grazie dal mondo, confidando in quell’esile popolo di romantici sopravvissuti, fra i quali qualche poeta superstite forse le avrebbe dedicato anche solo pochi versi per farle vibrare il cuore. 

Con questa speranza mai sopita, mandò un bacio all’umanità tutta e si addormentò esausta.

Salvatore Vitaliano

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