Leggi elettorali


 

L'Italia ha trasformato la legge elettorale nel suo sport nazionale preferito: il bricolage istituzionale. Mentre nel resto del mondo civile le regole del gioco sono scritte nella pietra, da noi sono scritte sulla sabbia, pronte a essere calpestate e ridisegnate a ogni cambio di vento. 

Come fa notare Aldo Cazzullo, siamo l'unica democrazia al mondo che, a ogni tornata elettorale, sposta i pali della porta a seconda della convenienza del leader di turno.

Il copione non cambia mai: chi ha la maggioranza cerca di cucirsi addosso un vestito che gli garantisca di restare in sella o, mal che vada, di impedire agli altri di governare. 

È iniziato tutto con la "Porcata" di Calderoli nel 2006 e da allora non ci siamo più fermati. 

Abbiamo cancellato le preferenze, abbiamo tradito lo spirito dei referendum che chiedevano il maggioritario, e oggi ci ritroviamo con una riforma voluta da Giorgia Meloni che puzza di ennesimo "taglio e cuci" per blindare Palazzo Chigi.

Il risultato? Una democrazia da circo dove i cittadini sono diventati spettatori paganti (e stanchi). 

Collegi senatoriali da un milione di persone dove l'elettore non ha la minima idea di chi stia votando: i parlamentari non sono più rappresentanti del popolo, ma nominati dai capi partito, fedeli scudieri scelti in base all'obbedienza, non al merito.

Inutile stupirsi se le urne restano deserte. Se il voto diventa un esercizio di matematica creativa per far quadrare i conti di un segretario di partito, la partecipazione muore. 

Non è disinteresse, è legittima difesa contro un sistema che ha smesso di servire il Paese per servire solo se stesso. 

Una democrazia che cambia le regole a ogni partita non è una democrazia: è un azzardo dove il banco vince sempre, finché non restano più giocatori.

Salvatore Vitaliano 

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