Dottore
I francesi dicono che agli italiani piace essere chiamati “docteur” e che questo conta molto per noi. Ma a loro non piace avere dei titoli professionali?
I francesi hanno un rapporto con i titoli molto diverso dal nostro, quasi opposto: dove l’italiano ama il riconoscimento formale — il “dottore”, il “professore”, l' “ingegnere” pronunciato con quella sfumatura di rispetto sociale — il francese tende a dissimulare il rango dietro la naturalezza repubblicana.
In Francia la Rivoluzione ha spazzato via le gerarchie di appellativo: al citoyen, il “monsieur” e la “madame” bastano, perché la competenza non si ostenta, si presuppone.
È una questione di cultura più che di orgoglio: da noi il titolo è ancora un talismano, un riscatto simbolico in un Paese dove l’ascensore sociale è rotto e il merito spesso invisibile.
In Francia, dove l’élite si forma da secoli nelle Grandes Écoles, il prestigio è incorporato nel sistema stesso, non ha bisogno di essere pronunciato.
In altre parole, noi abbiamo bisogno di essere chiamati “dottore” per sentirci riconosciuti, loro si sentono riconosciuti anche senza esserlo. È la differenza tra chi cerca un titolo per legittimarsi e chi ha costruito una società che legittima automaticamente chi conta.
Ma attenzione: dietro quella apparente sobrietà francese c’è una ferrea gerarchia intellettuale e silenziosa: noi la esibiamo col biglietto da visita, loro con l’accento e il liceo d’origine.
SalVitSan



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