CHI NON SALTA UN COMUNISTA È...


 

Perché ci si scandalizza guardando il video della Meloni che balla a Bari al grido di " CHI NON SALTA UN COMUNISTA È "?

Diciamola tutta in un fiato: ci si scandalizza perché vedere una premier che dovrebbe incarnare sobrietà istituzionale trasformarsi per una sera in cheerleader del tifo politico fa lo stesso effetto di trovare un cardinale che canta karaoke vestito da Elvis; fa sorridere un secondo, poi ti chiedi se non sia scivolato via qualcosa di più serio, tipo la percezione del proprio ruolo. 

E mentre lei saltella gridando slogan da dopolavoro, tu non pensi al folklore: pensi al potere che si dimentica di essere potere e gioca a fare la mascotte, convinta che basti un coro da stadio per mascherare un Paese che arranca, un’economia che tossisce e un malcontento che non salta, ma ringhia. 

Il problema non è il salto: è l’idea infantile che la leadership si costruisca a colpi di slogan contro avversari immaginari, come se governare fosse un videogame in cui basta premere “nemico = comunista” per sentirsi autorizzati a smettere di ragionare. 

E allora il pubblico rimane lì, a metà tra l’imbarazzo e la nausea, perché negli occhi di chi guarda non c’è più la premier, ma un personaggio che sembra rincorrere il proprio mito personale, quello in cui il potere non è responsabilità ma scenetta, non è istituzione ma fanfara. 

È qui che nasce lo scandalo: nello scarto grottesco tra il ruolo che ricopre e il teatrino che inscena, tra la serietà che dovrebbe incarnare e il delirio di onnipotenza che si manifesta in un salto. Perché un capo di governo può pure ballare, ma quando balla sulle macerie del Paese, il ritmo diventa stonato, l’immagine ridicola, e la dignità si perde come un palloncino sfuggito di mano. 

E allora sì, ci si scandalizza: perché l’Italia merita un premier, non una figurina da sagra. E il salto, in fondo, non è il nostro. È il suo, nel vuoto.

SalVitSan

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