Non rompere le vetrine ma l'indifferenza

 


Quando una vetrina va in frantumi, la prima cosa che sentiamo è il rumore del vetro. La seconda dovrebbe essere una domanda: "che cosa si è rotto prima di quella vetrina?"

Perché le immagini delle devastazioni nelle nostre città raccontano due storie. 

La prima è quella di chi distrugge, incendia, aggredisce. E qui non ci sono giustificazioni. Chi commette un reato deve risponderne. 

La seconda è più difficile da raccontare, è la storia di una generazione che guarda il futuro e non riesce più a riconoscervi il proprio posto. E se ci fermiamo alla prima storia rischiamo di non capire la seconda.

Ai miei tempi avevamo un' Italia che era il paese del grande ceto medio. Non tutti ricchi, certo, ma neppure troppo poveri. Si studiava, si trovava un lavoro, si comprava una casa, magari con un mutuo di 30 anni, si metteva qualcosa da parte e alla fine si andava in pensione. 

Oggi per molti giovani non è più così. Lavorano ma non riescono a permettersi la casa. Studiano, ma scoprono che un titolo di studi non garantisce uno stipendio dignitoso. Risparmiano, ma il costo della vita corre più velocemente dei loro sacrifici. Nel frattempo, una parte consistente della ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi. 

E allora nasce una domanda: "Che valore ha una società che ti chiede di rispettare le regole, ma non ti offre una possibilità concreta di costruirti un futuro?" 

Attenzione, non sto dicendo che questo autorizzi a spaccare una vetrina, sto dicendo una cosa diversa. La violenza è una colpa individuale, ma il malessere che la circonda può essere una responsabilità collettiva. Ed è qui che entra in gioco la Costituzione. 

L'articolo 3 non si limita a proclamare che siamo tutti uguali davanti alla legge. Dice qualcosa di molto più impegnativo. Dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. 

Fermiamoci su quel verbo, rimuovere, non limitarsi a osservare, non prendere atto delle disuguaglianze, non limitarsi a consolare chi resta indietro, rimuovere gli ostacoli, perché i padri costituenti avevano capito che la libertà scritta sulla carta serve a poco se non hai gli strumenti per esercitarla. 

Quando una persona smette di credere che le regole siano anche dalla sua parte, può cominciare a chiedersi perché dovrebbe rispettarle. E qui vorrei fare un passaggio che forse vi sorprenderà perché questa stessa questione, molto prima della nostra Costituzione, era già stata affrontata dal cristianesimo. 

La dottrina sociale della Chiesa parla di un principio chiamato destinazione universale dei beni.      Il concetto è semplice. I beni della terra sono destinati, in ultima analisi, al bene di tutti. La proprietà privata è legittima, ma non cancella questa destinazione comune. È come se i beni, sì, sono tuoi, ma ne hai il possesso, non la proprietà. Ce li hai in prestito e del resto è così perché alla tua morte quei beni li lascerai qua, non te li porti nell’ aldilà. 

E c'è una frase che i cristiani ripetono da 2000 anni senza forse farci caso. Nel Padre nostro non diciamo "Dammi oggi il mio pane quotidiano” ma “Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Nostro, non mio. È una parola minuscola, ma contiene un'intera idea di società. Il pane non è solo mio perché riconosco che ogni altro ne ha diritto di mangiare. 

Torniamo allora alle piazze. Dobbiamo distinguere chi manifesta pacificamente, da chi approfitta delle manifestazioni per commettere violenze. Non sono la stessa cosa. Incendiare un'automobile non rappresenta automaticamente i ragazzi che chiedono un futuro migliore e chi protesta civilmente non deve essere confuso con chi usa la violenza, ma sarebbe un errore altrettanto grave pensare che, arrestati i violenti, abbiamo risolto tutto, perché possiamo sostituire una vetrina, possiamo riparare un'automobile, possiamo ripulire le piazze, ma come si ripara la fiducia di una generazione convinta che il proprio futuro sia già stato assegnato a qualcun altro? 

Qui la politica dovrebbe tornare a occuparsi non soltanto di distribuire risorse, mance, bonus, ma di creare opportunità, rendere più facile lavorare, costruire impresa, trovare casa, vivere del proprio stipendio, contrastare le rendite di posizione e la concentrazione di potere economico che soffocano la concorrenza, fare in modo che il successo dipenda il più possibile dalle capacità e dall'impegno e il meno  dalla famiglia nella quale si è nati, perché la giustizia sociale non consiste nel promettere a tutti lo stesso risultato, consiste nel non condannare qualcuno alla sconfitta prima ancora che abbia cominciato a lottare. 

E qui, secondo me, Costituzione e Vangelo finiscono per incontrarsi. 

La prima ci ricorda che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di svilupparsi. 

Il secondo ci ricorda che non possiamo considerarci salvi mentre qualcuno resta incatenato alla povertà. 

Sono due linguaggi diversi. Uno parla di diritti e doveri, l'altro di carità e responsabilità verso il prossimo, ma entrambi ci pongono la stessa domanda: "cosa vale la tua libertà se diventi indifferente alla mancanza di libertà degli altri?" 

E allora sì, chi devasta una città deve essere fermato, chi distrugge deve risarcire, chi aggredisce deve rispondere davanti alla giustizia. Su questo non ci può essere ambiguità, ma non possiamo chiedere alla polizia di risolvere ciò che la società ha creato, perché l'ordine pubblico può fermare una sommossa, non può restituire la speranza. 

Una democrazia non si misura soltanto dalla sua capacità di proteggere le vetrine, ma dalla sua capacità di evitare che milioni di persone si sentano per sempre dall'altra parte della vetrina. 

Una società giusta non è quella in cui nessuno può rompere una vetrina, è quella in cui nessuno deve rompere una vetrina per sperare di essere ascoltato. 

Salvatore Vitaliano


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