Un poeta indimenticabile


Sono trascorsi ormai alcuni giorni dalla morte di Francesco Guccini, ed io, in obbedienza all' impulso di fissare il dolore per una perdita, che alla mia generazione brucia quasi fisicamente, voglio scrivere del vuoto che lascia una personalità straordinaria quando conclude il suo percorso nel mondo. Quando l’anima si spegne, lasciandoci solo la memoria di quello che è stato.
Guccini ha raccontato, nelle sue canzoni, un’Italia che non esiste più; un'Italia di cui ne è stato uno degli ultimi testimoni. Non parlo solo dell’Italia dell’impegno politico, ma di una civiltà che affonda le radici in un tempo antico, un tempo povero, fatto di essenzialità. 
Ebbene, Guccini lo ha fatto con molte delle sue canzoni, con quelle ballate epiche che parlano di “saggi di montagna che citavano Dante a memoria”. Ci ha spiegato che esiste una cultura orale, lontanissima dall’erudizione accademica, dove il racconto si tramanda e si arricchisce, e il fatto in sé diventa epopea. Lo ha fatto coi suoi libri, scritti a Pàvana, che raccontano la vita di un’Italia contadina, montanara, che viveva con poco; l’Italia che ha conosciuto e che lo ha accolto nei primi anni di vita. 
Quelle immagini, quei volti, con rughe fatte di sole, pioggia e fatica bestiale; la ruvidezza di quelle mani, gli odori che ti si fissano nel cervello; quell’Italia che abbiamo pensato ignorante semplicemente perché aveva una cultura diversa da quella che abbiamo imparato a scuola.
Un’Italia che abbiamo ritrovato nelle sue canzoni cantate in una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano, portando nelle loro tombe povere proprio quella lingua, la lingua dell’Appennino nella quale l’emiliano non è quello rotondo gioviale del piano ma si mescola col toscano rude della montagna, e anche con lingue remote, sconosciute; la lingua che finisce per sopravvivere solo nelle parole di pochi vecchi.
Se si perde la lingua, vuol dire che si è perduta una cultura, un mondo. Abbiamo perso parole per esprimere sentimenti, valori, per dire cose che non si dicono più, per indicare oggetti che non si usano più. 
Guccini ci ha regalato le ultime foto di quell’Italia che non aveva letto un migliaio di libri, ma sapeva scegliere, sapeva dove andare, non conosceva il compromesso meschino; un’Italia semianalfabeta che capiva benissimo dove stava il male e il bene.
Chi non si faceva troppe domande ma solo quelle essenziali, sapeva scegliere senza esitazione e sapeva andare fino in fondo senza alcuna retorica, intrinsecamente eretica, avulsa dalle chiese, sia quelle dei preti che quelle dei rituali di partito, ma densa di valori e di spiritualità. Un mondo fatto di donne e di uomini che dovevano rispondere ogni giorno alla sempiterna domanda di cosa si metteva nella pentola per sfamare la famiglia. Di cosa si poteva sacrificare per sopravvivere, ma era capace di difendere, a qualunque costo, la propria libertà, la propria dignità, le proprie scelte, la propria famiglia che si allargava al villaggio, al borgo.
Quell’Italia che sapeva cambiare per andare avanti senza perdersi, restando umana. Per questo, solo per questo Guccini era naturalmente e istintivamente antifascista. Era contro il potere, quando il potere era cosa estranea, cieca, quando non sapeva cogliere le sfumature, le ragioni di un comportamento incapace di guardare il cuore degli uomini.
Poi è arrivata la modernità, la plastica, l’osteria che diventa “RistoBar”, il juke box con le canzonette smidollate, che prendevano il posto degli stornelli. Guccini è figlio di entrambi i mondi, ma coglie il senso profondo della tragedia che arriva con la scomparsa di quell’Italia e allora fa quello può fare un intellettuale: la fissa, la fotografa con le parole, la trasforma in utile nostalgia e la fa diventare testimonianza. Porta l’essenzialità dei valori, contro il luogo comune.
Guccini ha vissuto comunque troppo poco per chi lo ha amato come fosse un parente prossimo; ha avuto però il tempo di scrivere, di continuare la sua opera di testimonianza di raccolta di storie. Ci ha regalato l’epica di un’Italia che fu, che aveva un cuore ruvido ma immenso. Questa testimonianza è stata uno dei tanti immensi doni che Francesco Guccini ci ha lasciato.

Salvatore Vitaliano

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