Jean Paul Sartre



Ogni tanto penso che Sartre sia, per me, un maestro di vita, non perché fosse un filosofo, e nemmeno perché le sue meditazione fossero trattati di filosofia. È che certe domande, quando uno le porta avanti per tutta la vita, prima o poi si fissano nella mente. Una di queste domande è abbastanza semplice: "che ci facciamo con la nostra vita?"
Sartre, detto in maniera molto terra terra, sosteneva che prima esistiamo e poi diventiamo quello che siamo. Non arriviamo al mondo con un’etichetta attaccata addosso. Non siamo già padre, marito, comunista, cattolico, borghese, rivoluzionario, fallito o vincente. Ci diventiamo. E soprattutto scegliamo.
Questa è la parte che mi è sempre sembrata più complicata. Perché sentirsi liberi è bello. Essere liberi un po’ meno. Perché se sei libero, prima o poi devi ammettere che alcune cose le hai scelte tu. Non tutte, naturalmente. La vita non funziona così. Ci sono cose che ci capitano addosso e basta: il posto dove nasci, la famiglia, certe malattie, certi incontri, certe botte che non avevi chiesto. Ma dentro quello che ci capita, qualcosa lo scegliamo. E quando guardiamo indietro, spesso scopriamo che abbiamo fatto delle scelte di cui non siamo proprio fieri.
È qui che, secondo me, è importante guardarsi indietro. Guardare gli amici di una volta, le donne, le idee, le serate, le città, le illusioni. E ci si accorge che nel frattempo il tempo è passato.
Questa cosa del tempo che passa, bisogna saperla raccontare bene. Non per dire che il tempo scorre (che è una banalità), ma per raccontare attraverso le persone che non ci sono più, quello che non facciamo più. Attraverso i posti nei quali torni e che non sono più gli stessi. E soprattutto attraverso quello che non siamo più noi.
Perché questo è il problema. Noi siamo pieni di nostre fotografie, e cioè di persone che siamo stati. E ogni tanto ci capita di guardarle e pensare: ma quello ero davvero io? 
Sì e no. E qui Sartre avrebbe qualcosa da dire. Perché per Sartre non siamo mai completamente quello che siamo stati. Possiamo cambiare. Possiamo scegliere ancora. Possiamo perfino mandare tutto all'aria e ricominciare. Il problema è che questa possibilità, quando hai vent’anni, sembra una libertà. Quando ne hai settanta, è una responsabilità. Perché a vent’anni puoi raccontarti che hai tutto davanti. A settanta hai anche parecchio dietro. E quello che hai dietro pesa.
Pesano le scelte sbagliate. Pesano le persone che hai perso. Pesano quelle che hai lasciato andare. Pesano anche quelle che hai tenuto quando forse sarebbe stato meglio lasciarle andare. E poi ci sono tutte quelle frasi che ci raccontiamo per stare tranquilli: “Sono fatto così.” “Non posso cambiare.” “Ormai è andata.” “È colpa delle circostanze.” 
A volte è vero. A volte no. A volte “sono fatto così” è soltanto il modo più comodo per non prenderci la responsabilità di quello che abbiamo fatto.
Sartre avrebbe chiamato questa cosa in un altro modo. Io la chiamo semplicemente una scusa. 
Non c’è nessuno che viene a dirci chi siamo. Non c’è un libretto di istruzioni. Non c’è nemmeno sempre un senso da trovare. Ci siamo noi, con quello che abbiamo fatto e con quello che ancora possiamo fare. E questa, forse, è la fregatura. Ma è anche l’unica libertà che abbiamo. Possiamo continuare a raccontarci che siamo quelli di ieri. Oppure possiamo accettare che quelli di ieri non ci sono più. E provare, ancora una volta, a diventare qualcun altro. Anche se non sappiamo bene chi. 
Che poi, a pensarci, forse è tutta qui la faccenda. Sartre la chiamava esistenza. Io, più modestamente, mi limito a pensarci mentre bevo un caffè.

Salvatore Santangelo

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