Anche i boomer sono tecnologici
Sono un boomer, ma non appartengo alla confraternita del “si stava meglio prima”. È una delle frasi più comode inventate dalle generazioni precedenti: trasforma la nostalgia in analisi e ci evita la fatica di comprendere ciò che cambia.
Non si stava sempre meglio prima, anzi, si facevano file lunghe per ogni cosa; si perdevano ore in attività burocratiche superflue; si cercavano informazioni agli sportelli che oggi troviamo in pochi secondi, e si chiamava “gavetta” una quantità impressionante di lavoro ripetitivo, spesso privo di qualsiasi autentico valore formativo.
Il progresso, contrariamente alla retorica con cui molti boomer lo osservano, favorisce tutti, soprattutto noi anziani.
Per un giovane la tecnologia è quasi un ambiente naturale. Per chi ha qualche decennio di esperienza alle spalle può diventare una formidabile protesi di velocità: riduce il tempo necessario per cercare informazioni, confrontare documenti, elaborare dati e organizzare conoscenze. Non sostituisce l’esperienza, ma le consente di non essere soffocata dalle attività operative.
Un professionista maturo può impiegare meno tempo a costruire materialmente un’analisi e più tempo a interpretarla, verificarla e utilizzarla per prendere decisioni.
Non è la fine della competenza ma è la possibilità di liberarla dalla burocrazia del lavoro. L’intelligenza artificiale è soltanto l’ultimo bersaglio del riflesso nostalgico.
Da quando è entrata "in circolo" ci è stata raccontata come un qualcosa destinato a cancellare impiegati, professionisti e soprattutto giovani. L’apocalisse occupazionale sembrava già scritta. Poi, come spesso accade, sono arrivati i dati a smontare o ridurre la profezia.
Un’inchiesta del Financial Times, basata su dati certificati, racconta una realtà più complessa: le imprese americane che investono maggiormente nell’intelligenza artificiale, in particolare nei settori del software e dei media, hanno aumentato l’occupazione di circa il 10% dopo l’adozione di questi strumenti. Le aziende che utilizzano l' AI stanno assumendo anche più lavoratori alle prime esperienze. Inoltre, sempre negli Stati Uniti, prevedono di assumere il 5,6 per cento di neolaureati in più nel 2026 rispetto all’anno precedente.
Questo non significa che l’intelligenza artificiale produca automaticamente occupazione in ogni azienda e in ogni settore. Sarebbe una conclusione semplicistica quanto quella opposta. Significa, però, che la relazione tra innovazione e lavoro non è come suggeriscono i catastrofisti.
Il vero cambiamento non riguarda soltanto quanti giovani saranno assunti, ma ciò che verrà chiesto loro di fare.
L’intelligenza artificiale sta assorbendo una parte delle attività elementari e ripetitive tradizionalmente affidate agli ultimi arrivati: raccogliere dati, ordinare documenti, compilare tabelle, predisporre schemi e produrre prime bozze.
Quella che veniva celebrata come gavetta era spesso soltanto manodopera intellettuale a basso costo. Il passaggio più significativo è quindi quello dal lavoro esecutivo e ripetitivo a mansioni con maggiore contenuto professionale.
Ma eliminare le attività meccaniche non significa cancellare l’apprendimento. Significa ripensare la gavetta: non più ore spese in compiti a basso valore aggiunto, ma un percorso nel quale i giovani imparino prima a interpretare le informazioni, formulare giudizi, verificare i risultati e assumersi responsabilità.
Una ricerca di settore parla, infatti, di “seniorizzazione” delle posizioni junior. Le offerte per questi ruoli sarebbero aumentate del 35 % dal 2019. L’intelligenza artificiale non starebbe quindi eliminando necessariamente il lavoro d’ingresso, ma ne starebbe alzando il livello. Questa “promozione anticipata”, tuttavia, può diventare anche una nuova barriera. Non si può pretendere che un ventenne possieda già il giudizio maturato in vent’anni di lavoro soltanto perché un software gli prepara una presentazione perfetta. L’intelligenza artificiale abbrevia i tempi dell’esecuzione, non quelli della maturazione.
Se le aziende eliminano le attività ripetitive senza sostituirle con formazione, affiancamento e confronto, creeranno giovani velocissimi nel produrre risposte ma fragili nel valutarle. Il problema non sarà più insegnare loro a costruire un foglio di calcolo, ma spiegare quali numeri inserire, quali escludere e quali conseguenze può produrre una decisione presa sulla base di quei dati.
Qui entra in gioco la mia generazione (quella dei boomer), non come custode gelosa del “si è sempre fatto così”, ma come riserva di esperienza da mettere in relazione con la familiarità tecnologica dei più giovani. L’azienda più competitiva non sarà quella che sostituisce i senior con l’intelligenza artificiale o i giovani con i senior. Sarà quella capace di unire la conoscenza del contesto accumulata nel tempo con la naturale dimestichezza delle nuove generazioni verso gli strumenti digitali.
La tecnologia non elimina il lavoro in modo lineare. Elimina compiti, riduce alcune professionalità, ne trasforma altre e ne crea di nuove. Ogni passaggio produce vincitori, esclusi e costi di adattamento. Negarlo sarebbe ingenuo quanto annunciare la fine del lavoro a ogni innovazione.
L’apocalisse, dunque, non c’è stata. Al suo posto sta emergendo un mercato più selettivo, che ai giovani chiede più “sapere” proprio perché le macchine svolgono meglio molte attività meccaniche legate al “saper fare”. E che ai lavoratori maturi offre una possibilità inattesa: non difendere il passato, ma usare la tecnologia per attribuire più valore all’esperienza.
Salvatore Vitaliano


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