Tajani sali al board, cazzo...
Il maggiordomo di Berlusconi, ora di Meloni, nel club dei palazzinari, tra lo spettro di Marina e le risate di Provenzano.
C'è una scena, nell'Aula di Montecitorio, che racconta meglio di qualsiasi editoriale lo stato d'animo del ministro degli Esteri.
Antonio Tajani è in piedi davanti ai banchi del governo. Di fronte a lui, il deputato dem Provenzano che, con la calma del gatto che gioca col topo, apre una copia del Corriere della Sera e legge ad alta voce: "Il mondo di Trump non è quello che vorrei per me o per i miei figli. L'unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà".
Poi, la stoccata: "Lo ha detto Marina Berlusconi. Lei ci parla ancora?" .
Tajani va in bambola. Si innervosisce, scaccia a gesti le parole sgradite, prova a difendersi. Ma il colpo è andato a segno. Perché la domanda di Provenzano non è una provocazione qualsiasi: è il cuore del problema in cui il segretario di Forza Italia si è infilato, suo malgrado, per obbedienza alla premier.
Da un lato la tradizione europeista e moderata del partito fondato da Silvio Berlusconi, dall'altro la necessità di tenere i rapporti con una presidente del Consiglio che ha fatto del trumpismo la sua bussola. E in mezzo, le parole di Marina, la figlia del Cavaliere, che dalle colonne del giornale di famiglia lancia strali contro Tajani che giovedì è andato ad osannare Trump a Washington.
Il "sacrificio" del ministro è ormai cosa fatta. È lui, l'unico rappresentante di una grande democrazia europea, a sedersi al tavolo del Board of Peace voluto da Donald Trump. Un tavolo affollato di sceicchi che hanno fama di affettare i giornalisti, dittatorelli, autocrati, monarchi assoluti.
Una compagnia che, per usare un eufemismo, non brilla per omogeneità di intenti democratici. E mentre Parigi e Berlino tengono le distanze, mentre la Commissione Ue invia una commissaria in perlustrazione ma non aderisce formalmente, l'Italia, con il suo ministro degli Esteri, siede lì, in mezzo ai "puzzoni globali", a rappresentare un paese che non sa più rappresentare la democrazia.
Fonti della Farnesina raccontano di un uomo che ha fatto di tutto per evitarsi il viaggio, che ha temporeggiato, sperato in un ripensamento, tentato di delegare, ma alla fine, l'ordine di Palazzo Chigi è stato chiaro: "vai".
Perché Meloni, da vera cheerleader trumpiana, non vuole perdere il treno americano, anche se quel treno è diretto verso un binario morto. E così il segretario di Forza Italia, l'uomo che avrebbe dovuto rappresentare l'anima moderata del governo, si ritrova nei panni del maggiordomo di lusso, mandato in avanscoperta per tastare il polso a un presidente che dei moderati non sa che farsene .
A questo punto, la domanda per Tajani è: " ma Forza Italia, il partito che fu di Berlusconi, è ancora quello che Marina descrive o è ormai una succursale del melonismo più estremo?".
La risposta la dà la foto di giovedì, quella in cui Tajani, seduto accanto a personaggi che della democrazia hanno una concezione quantomeno elastica, sorride a favore di obiettivo. Una foto che fa il giro del mondo, che i maligni già confrontano con quelle dei tempi d'oro in cui lui presiedeva l'Europarlamento e stringeva mani a Obama e Merkel.
Una foto che, per chi ha cuore e coerenza politica, è già una macchia indelebile sulla carriera di un uomo che, almeno a parole, ha sempre detto di credere nell'Europa unita e nei valori occidentali.
Nel frattempo il dibattito infuria. Riccardo Magi di +Europa parla di "comitato di immobiliaristi americani che cercano legittimazione internazionale" . Peppe De Cristofaro di Avs denuncia la "totale subalternità a Trump" . E il Movimento 5 Stelle, con Carmela Auriemma, arriva a evocare il "Colonialismo 5.0" .
Parole che, al di là della loro durezza, fotografano un malessere reale: quello di una parte politica e di un paese che vedono l'Italia allontanarsi dai suoi alleati storici per inseguire un'avventura personale di una premier che ha scelto da che parte stare.
E Tajani, in tutto questo, è il primo attore non protagonista. Quello che recita la parte del cattivo che si piega alla ragion di partito, che mette la faccia dove non vorrebbe.
Un "merluzzone", l'hanno ribattezzato. Ma forse è solo un uomo di potere che, come tanti prima di lui, ha scelto di stare al governo piuttosto che difendere le sue idee.
Il guaio è che le idee, quando le tradisci, prima o poi si vendicano. E la foto di giovedì, con Tajani in mezzo agli autocrati, è lì a ricordarglielo per sempre.
Salvatore Vitaliano


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