Il fuoco non spegne le idee


 

Oggi è l'anniversario della morte del grande Giordano Bruno che non fu arso vivo semplicemente per le sue teorie astronomiche o teologiche, ma perché aveva osato guardare nell’abisso dell’Infinito, portando alla luce una verità che ancora oggi terrorizza i dogmatici di ogni risma: la fine della centralità dell’uomo e delle istituzioni che pretendono di governarlo. 

Giordano Bruno muore perché rifiuta il recinto, e la sua vicenda è parte di una storia dimenticata che l’Italia fatica ancora a guardare negli occhi.

L’alba del 17 febbraio 1600 su Roma è livida, umida, carica di una tensione che si respira nei vicoli ancora bui. Non è un giorno qualunque. È l’anno del Giubileo, l’anno santo che dovrebbe portare il perdono, la riconciliazione, la grazia. 

Eppure, la Città Eterna si sveglia con l’odore acre della legna accatastata al centro di Campo de’ Fiori. 

C’è un paradosso atroce che si consuma in quelle ore: la Chiesa trionfante, che celebra la sua potenza spirituale accogliendo migliaia di pellegrini, ha una paura tremenda della voce di un uomo solo. Un uomo piccolo, magro, provato da sette anni di carcere duro, ma i cui occhi ardono più del rogo che lo attende.

Perché lo temono così tanto? La risposta è in un dettaglio tecnico, crudele e rivelatore: la “mordacchia”. Una tenaglia di legno serrata sulla lingua; un chiodo che trapassa il palato. 

Giordano Bruno viene trascinato al patibolo imbavagliato. Non devono permettergli di parlare. Bisogna evitare che lanci un ultimo anatema, impedire che gridi le sue verità alla folla. 

Hanno paura delle sue parole anche ora che è sconfitto, spogliato, nudo e legato a un palo. 

È l’immagine plastica della debolezza del potere di fronte alla forza del pensiero. Uccidere il corpo non basta; occorre silenziare la mente.

Salvatore Vitaliano 

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